martedì 1 febbraio 2011

CETRARO LA NAVE DEL MISTERO

LA STORIA. Per dodici giorni l’imbarcazione del Cnr ha solcato il mare calabrese, noto per la ricerca delle navi dei veleni. Segreto sui dettagli dell’operazione. Molti i dubbi sulle versioni fornite.
Una nave del mistero. Che per dodici giorni, dal 12 al 23 dicembre scorso, ha solcato i mari calabresi, concentrando la sua attività a largo delle acque di Cetraro, là dove nell’autunno del 2009 si cercava una delle navi dei veleni. Trovando, secondo la versione ufficiale, il piroscafo Catania, affondato nel 1917 durante la prima guerra mondiale. La nave è l’Urania, di proprietà del Cnr. Ufficialmente, l’imbarcazione è stata impegnata in un progetto di ricerca, sul quale però si addensano tanti dubbi. Secondo le prime informazioni trapelate, infatti, Urania stava lavorando per conto della Protezione civile. Che però ha smentito categoricamente la notizia: «Nessuna missione e nessuna attività è stata svolta dalla Protezione civile a dicembre in Calabria». In verità, quella calabrese era la seconda tappa della missione, partita ad ottobre dalle coste campane. Nessuna autorità, inoltre, è stata avvisata della presenza della nave in un tratto “sensibile” come quello calabrese. Raggiunto telefonicamente, il procuratore Giordano rivela candidamente di «non saperne nulla. Non ho ricevuto nessuna comunicazione ufficiale». Tra le varie ipotesi fatte, infatti, stava prendendo piede anche che la nave sarebbe stata impegnata in un semplice “approfondimento” delle indagini dopo i fatti del 2009. Ipotesi caduta dopo le parole di Giordano, titolare dell’unica inchiesta ancora aperta sui traffici di rifiuti. C’è un altro elemento da tenere presente. Sembra, infatti, che ai ricercatori che hanno partecipato al progetto sull’Urania sia stato fatto firmare un documento nel quale si impegnavano a non divulgare i risultati della ricerca. «Si tratta di routine – affermano al Cnr – succede spesso che noi lavoriamo per commissione e che quindi la divulgazione dei risultati della ricerca spetti al committente». Anche su questo punto, però, ci sono parerei contrastanti. Secondo altri ricercatori «di solito la divulgazione dei dati è libera». Solo la Capitaneria di Porto di Vibo Valentia, contattata da Il Quotidiano della Calabria, ha dato una spiegazione al mistero dell’Urania: «Era in Calabria per effettuare ricerche sismologiche preventive», ha affermato il comandante Luigi Piccioli. Che poi è sceso nei dettagli: «L’Urania stava eseguendo una serie di rilievi sottomarini per monitorare i movimenti dovuti ad alcuni vulcani sommersi». Tutto in regola, quindi. Se non fosse che una versione diversa arriva dall’Ingv, l’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. «La ricerca su eventi sismici naturali sottomarini la possiamo fare solamente noi», afferma Pino D’Anna, dirigente tecnologo dell’istituto. «Non voglio smentire nessuno, ma se parliamo di sismologia passiva, posso tranquillamente dire che l’Urania ha fatto altro». Il nodo è la strumentazione. Per studiare faglie e vulcani sottomarini, infatti, occorre l’Obs, Ocean Bottom Seismometer, un sismometro «che abbiamo solo noi dell’Ingv – conclude D’Anna - E posso assicurare che noi mai siamo stati al largo di Cetraro». Che ci faceva dunque l’Urania al largo di Cetraro? E, soprattutto, per chi ha lavorato?


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